Attraverso una lettera aperta rivolta alla dirigenza, un nutrito gruppo di associazioni (più di 100) e di singoli cittadini (esperti, giornalisti, semplici privati) hanno rivolto un appello esplicito mediante il quale chiedono che sia fatta chiarezza sulle politiche della privacy attuate sul social network Skype che di recente ha subito un cambio di proprietà, essendo stato acquistato da Microsoft. Questo cambio di proprietà ha infatti determinato anche il conseguente trasferimento di giurisdizione territoriale dall'Europa agli Stati Uniti, e quindi oltre che un ricambio nei vertici aziendali anche un mutamento della disciplina applicabile riguardante la tutela e il trattamento dei dati personali.

Mosse da una esigenza di trasparenza sul comportamento dei gestori, le oltre 106 organizzazioni ed associazioni aderenti all'appello (fra queste la Digital Rights Foundation e il Tibet Action Institute), preoccupate che l'uso di informazioni personali o riservate possa essere dato appannaggio di regimi totalitari o possa precludere il business che attraverso il social network viene eventualmente gestito, hanno chiesto che venga adottato un nuovo protocollo che preveda la pubblicazione ed il costante aggiornamento di un apposito rapporto dal quale risultino gli accessi ai dati ad opera di terze parti, consentendo così l'individuazione di queste ultime da parte dell'utente.

Sono oltre 600 milioni in tutto il mondo gli utenti di Skype, e molti di questi si collegano al social network da Paesi nei quali il livello di democrazia non è certo paragonabile a quello di gran parte dei paesi occidentali, ciò sempre ammettendo che l'asserire il carattere democratico di uno Stato sia sinonimo in concreto di garanzie rispetto al controllo che enti o strutture governative o paragovernative possono nei fatti esercitare, non solo sui dati personali, ma soprattutto sulle opinioni politiche diffuse e comunicate attraverso l'accesso alla rete internet che gli utenti non hanno deliberatamente voluto rendere di pubblico dominio.

La principale preoccupazione manifestata dagli autori della lettera-appello attiene dunque al rispetto non solo della privacy, ma al mantenimento di un tasso di democrazia reale che non può prescindere dalla tutela di quest'ultima.

Si porti ad esempio il caso concreto dei rapporti di tensione in atto fra governo cinese e popolo tibetano, che ha detta dellaInternational Compaign for Tibet sarebbero caratterizzati da quello che viene eufemisticamente definito come genocidio culturale operato in maniera sistematica da parte cinese. In quest'ottica c'è la preoccupazione che attivisti o soggetti privati che prendono le difese della causa tibetana possano in qualche modo essere sottoposti ad un controllo sostanzialmente autoritario ad opera di autorità cinesi.

Questo è solo un esempio concreto delle infinite possibilità di controllo sociale e politico che determinati governi, attraverso le loro organizzazioni di intelligence, possono attuare attraverso l'acquisizione di dati dai social network. La questione della tutela della privacy in internet e delle garanzie di trasparenza nei comportamenti posti in essere dai gestori è dunque una questione fondamentale di democrazia che riguarda il mondo intero.